E’ finita la regular season 2017. Otto vittorie in otto incontri disputati rendono l’idea sull’aspetto tecnico del nuovo Team, ma c’è anche dell’altro sul quale porre l’attenzione. 

La seconda divisione è stata un’esperienza fondamentale per il nuovo assetto della società. All’inizio di questo percorso erano molte le preoccupazione circa la scelta intrapresa; un campionato nel quale alcune formazioni sono oramai consolidate e funzionano come orologi svizzeri con solo atleti italiani in tutte le posizioni ed una mentalità nella quale ogni incontro può essere quello fondamentale per passare o meno il turno ai playoff.

Non che i Warriors non sapessero il significato di schierare solo ragazzi italiani, il progetto ALLBLUE lo hanno inventato loro in prima divisione, ma, di fronte a formazioni con grandi giocatori americani ed oriundi, il fatto di perdere qualche incontro rischiava di diventare quasi un automatismo mentale che, seppur parzialmente, giustificava una scarsa prestazione della squadra.

Nel campionato di Seconda Divisione non esisteva certo questa giustificazione; ogni match sarebbe stato “quello della vita” ed ogni errore avrebbe potuto vanificare mesi e mesi di duro lavoro.
Il coaching staff dei Warriors è stato l’elemento fondante attorno al quale costruire il Team e, forse ancora più importante, la mentalità giusta per questo nuovo livello di gioco. E così, game by game, con prestazioni a volte più performanti altre meno, è proseguita questa nuova avventura.

Alcuni addetti ai lavori non hanno risparmiato inizialmente critiche al progetto, portando a paragone il Dio calcio, nel quale si afferma che alcune scarse squadre di serie A possano fare molta fatica a giocare in serie B dove tutto è meno esasperato psicologicamente ma più adrenalinico. Forse è così anche nel football americano, ma non dobbiamo mai dimenticare che in una disciplina nella quale il contatto fisico è parte integrante del gioco, oltre alla forza, sono fondamentali la tecnica e la determinazione, mixate ad una discreta quantità di lavoro di squadra e spirito di fratellanza.

Alla fine di tutto, cosa è accaduto? 
Per ora, molto dal punto di vista della creazione della mentalità, ma ancora nulla sul lato del risultato; vincere imbattuti una stagione regolare è un buon biglietto da visita ma perfettamente inutile se ci si dovesse fermare a questo traguardo.

Adesso comincia il più difficile, ma questo lo si sapeva benissimo anche prima di iniziare questa nuova storia.

Ma, tra le tante belle sensazioni vissute durante questi cinque mesi di lavoro, i Warriors hanno potuto già ottenere una grande certezza che sicuramente li accompagnerà nei quarti di finale e, speriamo, anche oltre: la grandissima presenza del Popolo Guerriero che non ha mai abbandonato il proprio Team. I tifosi, gli sponsor, i media hanno continuato a vivere lo spirito sportivo dei Warriors come se giocassero in campionati stile americano, con quella passione che li lega ad una maglia ed ai colori ed alle sensazioni che la stessa rappresenta. Poi, se si gioca per il primo titolo nazionale o per un traguardo minore, poco importa. La cosa fondamentale è che chiunque viene all’Alfheim Field di via degli Orti, deve capire di essere in una terra nella quale non ci sono solo 35/40 ragazzi a difenderla, ma una intera popolazione che ne condivide la storia, la passione, la proprietà e non ha nessuna voglia di condividerla con altri.
Ecco perché i Warriors scendono in campo sapendo di poter contare su un dodicesimo uomo straordinario che moltiplica la loro forza e la loro determinazione.

GRAZIE GRANDE POPOLO GUERRIERO ….. forever insieme.