Microfoni a Giordano Consolini

Il lungo viaggio di Giordano Consolini nel mondo della pallacanestro giovanile, dove ha accumulato esperienza e riconoscimenti significativi, si sta arricchendo di un nuovo capitolo. Lo scorso anno ha preso per mano i ragazzi dell’Under 15 di Virtus Unipol Banca, conducendoli alla Finale Nazionale di Bassano del Grappa. Con quel gruppo ha iniziato in questa stagione l’avventura nella categoria superiore, e sette partite alle spalle sono già una buona base per fare qualche riflessione su passato, presente e futuro. Aspettando un’estate azzurra, nella quale sarà una volta di più accanto ad Ettore Messina a guidare la Nazionale all’Europeo, il veterano di mille battaglie tiene dritta la barra del timone, coltivando l’ennesima nidiata di giovani bianconeri e fissandone gli obiettivi.

Giordano, i ragazzi dell’Under 16 sono alla seconda stagione sotto la tua guida. Come procede la loro crescita, e verso che obiettivo intendi condurre la squadra?

“Il gruppo è cambiato davvero poco, abbiamo effettuato due innesti, quello di Fiordalisi arrivato da Casalecchio e quello di Vivarelli da Zola, gli altri c’erano già lo scorso anno. E’ una squadra che viene da una buona stagione, magari non eccellente ma culminata con la conquista di un posto tra i primi sedici team di categoria in Italia. Il che ci ha permesso di approdare alla Finale Nazionale, nella quale siamo usciti ai quarti contro la formazione di casa, Bassano, che era la più quotata alla vigilia anche se poi non ha vinto il titolo. Anche in quella fase finale la squadra ha fatto cose più che discrete, e in particolare proprio nella partita con Bassano siamo stati sempre incollati agli avversari, pur non riuscendo a portare a casa la vittoria. Quest’anno l’intenzione è quella di migliorarci, ovviamente partendo dalla crescita individuale che è alla base del nostro lavoro, la parte più importante. Ma i passi avanti a livello individuale producono anche, immancabilmente, miglioramenti della squadra. Di conseguenza la possibilità, nei nostri auspici, di ripetere una stagione vincente e provare a fare qualcosa di meglio”.

Quali certezze ha lasciato la Finale Nazionale del 2016? Se guardi indietro vedi rimpianti o certezze da spendere per il futuro?

“Ci siamo resi conto che la distanza dal vertice non era così enorme, quindi è ovvio che l’obiettivo deve essere quello di accorciarla. Quella passata è stata un’annata in cui forse la curiosità ha prevalso su quelli che potevano essere i preventivi o le previsioni. Nel senso che era il primo anno in cui allenavo direttamente la squadra, quindi ero curioso di vedere a che livello avremmo potuto giocare. Direi che i ragazzi hanno dimostrato di poter arrivare molto vicini a quello massimo, dunque dobbiamo provare a limare qualcosa, per quanto consapevoli del fatto che anche le concorrenti si sono rinforzate: già dallo scorso anno qualche avversario ha iniziato a fare reclutamento “extra moenia”, fuori dalle mura, e in qualche caso anche all’estero, quest’anno sicuramente è successo in misura anche maggiore. Quindi potremo avere ancora necessità di sperimentare, di capire quale sarà esattamente il nostro livello. Ma questo non cambia per nessun motivo il programma quotidiano, settimanale, mensile che ci siamo fissati: che è quello di migliorarci, semplicemente”.

La stagione ha dato le prime risposte. Sono quelle che volevi?

“Fortunatamente siamo inseriti in un girone, quello emiliano-romagnolo, di buon livello. Ci sono squadre come Reggio Emilia, Fortitudo, Rimini che hanno fatto grandi passi avanti. La Fortitudo, per dire, ha unito le forze di Fortitudo 103 e SG Fortitudo. Abbiamo avuto la possibilità di verificare il nostro stato e il nostro livello fin da subito. L’inizio non è stato dei più brillanti, abbiamo perso in casa della Fortitudo e di Reggio, abbiamo poi vinto alla Porelli una buona partita con Rimini. Ora abbiamo il girone di ritorno per vedere già cosa sta producendo questo nostro lavoro, che parte dalla quotidianità ed ha bisogno di verifiche continue. Vedremo se saremo capaci di giocare meglio, con combattività e senso della squadra”.

Come va coltivato un gruppo come quello degli Under 16, che sta proprio a metà del percorso per arrivare al basket dei grandi?

“Questi ragazzi sono, a mio modo di vedere, nel momento più importante della loro crescita. Mi dispiace molto che si parli di Under 16, avrei preferito si parlasse di Under 17, cioè avere due anni prima di confluire nella categoria che concludeva il percorso giovanile vero e proprio, che per me è l’Under 19. Da due anni a questa parte, come è noto, si è accorciato il percorso dell’età giovanile, quindi questa categoria è ridotta ad una sola annata. Per me l’ingresso nell’Under 17 è sempre stato un momento molto importante, perché si passava ad un gruppo che avrebbe lavorato insieme per due annate: in quel sistema c’era una selezione, un metodo di allenamento molto più competitivo, e un allenatore aveva due anni per educare i ragazzi a un impegno sportivo con richieste un po’ più elevate, formarli per avere una mentalità più vicina ad un approccio professionale con la pallacanestro”.

Intanto due elementi della tua squadra, Deri e Nicoli, sono stati convocati in Nazionale per il torneo internazionale di Iscar, in Spagna. Che sensazione ti dà, e cosa significa per loro?

“Ci sono momenti di verifica del gruppo, ma anche importanti momenti di verifica del singolo. La chiamata in Nazionale è una sorta di consacrazione di questi miglioramenti, che se presa per il verso giusto rappresenta una grande emozione, un grande coinvolgimento, e riempie il serbatoio della motivazione che spinge i ragazzi ad alzare sempre l’asticella. Questo vale per le convocazioni come per le “non convocazioni”: tutti questi momenti, sia quelli di esaltazione che quelli meno felici, devono diventare stimoli per andare avanti, per trovare obiettivi sempre nuovi”.

Ti muovi sul terreno del settore giovanile da decenni. Hai visto passare generazioni di giocatori, le hai viste cambiare nel tempo. In male o in bene?

“I ragazzi sono differenti, rispetto a quelli di venti, trent’anni fa. Ma è tutto molto più complesso. Siamo diversi noi, è diverso quello che c’è fuori, la società è cambiata in maniera vertiginosa. Questo non comporta di per sé risultanti negative o positive. E’ semplicemente una diversità di cui bisogna tenere conto. Il lavoro dell’allenatore è meraviglioso, di una bellezza indescrivibile, ma richiede di stare al passo. Non sempre è facile, soprattutto per chi magari ha qualche anno in più. Puoi avere qualche sicurezza, qualche esperienza da spendere, ma se non resti curioso e aggiornato rischi sempre di allontanarti dalla realtà. Ma è anche un mestiere che ti stimola ad aprire gli occhi, ad informarti, a prepararti per essere sul pezzo. Quello che non condivido è il fatto che alla diversità dei giovani si tenda a dare un connotato quasi sempre negativo. Come se si parlasse di un peggioramento. Io ho conosciuto i ragazzi di trent’anni fa, anzi ormai di trentacinque, e dico che non è assolutamente vero che fossero migliori di questi. Allora come oggi c’erano quelli bravi, quelli meno atleticamente dotati, quelli lavativi, quelli che avevano talento, quelli che il talento lo hanno buttato. Per esperienza dico che forse erano peggio quelli di allora, sotto molti aspetti. Ma un fatto è certo: i giovani oggi sono più isolati, hanno meno opportunità di vivere insieme, e quindi possono sentire meno forti certi valori: raggiungere un obiettivo assieme, spendere energie per il gruppo. Ma questa società l’abbiamo costruita noi adulti, non è certo una loro responsabilità se la vivono così. E la verità è che se siamo in grado di offrire esperienze coinvolgenti, loro si buttano con una quasi assenza di dubbio e si danno in maniera totale. Mi piace pensare che questo dimostri che certi valori possiamo perseguirli anche in una società che sta cambiando”.


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